
Dopo la tragedia di Livorno (perchè prima no?) torna prepotentemente alla ribalta (bolla di sapone in vita fino a ferragosto perchè al ritorno dalle ferie tutta l'onda emotiva sarà passata) il problema dell'integrazione.
E' colpa dello stato; no la responsabilità è dei sindaci, si deve comunque intervenire, bisogna fare leggi.
Non voglio dilungarmi troppo sui problemi già esistenti con i tantissimi musulmani presenti oggi in Italia. Li abbiamo ospitati, cerchiamo di integrarli sul lavoro, a volte li fruttiamo e spolpiamo a dovere come i vecchi negri, schiavi americani. Gli diamo le case, l'assistenza medica, gli costruiamo le moschee, tutto a volte a discapito di famiglie italiane.In Italia c'è la legge italiana (aiuto), la Costituzione, una religione. Ma gli permettiamo spesso di fare come vogliono, di vivere cioè da noi, in casa nostra, con le loro leggi. Avrei da dire diverse cosucce, soprattutto se penso ai nostri immigrati negli Stati Uniti, o in Belgio e Germania. Vero erano altri tempi. Comunque mi stoppo e torno al significato che conosco della parola integrazione. Io credo che sia un processo reciproco dove si presuppone la disponibilità delle persone straniere ad integrarsi e dall'altra parte (la società) attuare un atteggiamento di apertura nei confronti dell'ospite. Insomma uno sforzo comune.
Non voglio fare di "ogni erba un fascio" per carità, nè voglio discriminareo etichettare tutto il mondo Rom. Ma osservando il loro comportamento, vita, lavoro, occupazione in genere, mi viene da chiedermi e chiedere se effettivamente questa gente vuole l'integrazione o se magari preferisce rimanere ai margini della nostra sociatà ed affacciarsi di tanto in tanto (sfruttamento minorile per le strade, tra l'altro nessuno fa qualcosa per impedirlo, furti, e altro ancora)



















